Emorroidi: il problema si risolve alla radice

«A distanza di un anno dall’intervento per la rimozione di una emorroide interna mi ritrovo nuovamente con lo stesso disturbo. Che cosa sono, queste emorroidi? Esiste una possibilità di porre fine al problema una volta per tutte?»
(T.N., Treviso)

Le emorroidi sono cuscinetti costituiti da “gomitoli” artero-venosi che si possono formare nel canale anale. La patologia vera e propria si manifesta con una dilatazione anomala di questi cuscinetti. All’origine del problema ci può essere una particolare debolezza dei legamenti e delle strutture fibrose che “ancorano” le emorroidi alle pareti del canale anale, oppure, e ciò si rivela sempre più frequente con l’avanzare dell’età, un disturbo dei meccanismi sfinterici.

Una pressione locale prolungata (come, per esempio, per le donne in gravidanza, per chi conduce una vita sedentaria o chi soffre di stitichezza) ne favorisce la comparsa. Generalmente si usa classificare le emorroidi in interne ed esterne. Queste ultime non causano dolore, a meno che siano interessate da una tromboflebite, caratterizzata dalla presenza di un nodulo duro al livello del margine anale. In tal caso, la sensazione di fastidio e dolore può essere molto intensa nelle prime 24-48 ore, ma tende comunque a diminuire nell’arco di una settimana.

La terapia consigliata in questi casi va dai semicupi caldi, all’assunzione di antinfiammatori, analgesici e flavonoidi. Supportati, se il caso lo richiede, dall’uso di pomate antinfiammatorie ed epariniche.

Qualora il dolore fosse eccessivo e si formi il coagulo molto voluminoso, si procederà alla trombectomia, cioè l’asportazione chirurgica ambulatoriale dell’emorroide, che avviene in anestesia locale.

Interne: le più fastidiose

I sintomi delle emorroidi interne includono invece sanguinamento, perdita di muco, dolore, prurito e bruciore anale, che si accentuano dopo l’evacuazione. La terapia delle emorroidi di primo e secondo grado, ovvero quelle in cui si manifesta una semplice protuberanza o un leggero prolasso, prevede interventi ambulatoriali parachirurgici come la legatura elastica e la fotocoagulazione con laser o raggi infrarossi.

Questi sono invece inefficaci nelle emorroidi di terzo e quarto grado, cioè quando il prolasso deve essere ridotto manualmente dopo l’evacuazione o risulta addirittura irriducibile.

Gli stadi del fastidio

Grado I
Sintomi: sanguinamento, fastidio
Segni: visibili alla proctoscopia, possono protrudere sotto sforzo

Grado II
Sintomi: secrezioni, prurito
Segni: prolasso sotto sforzo, con riduzione spontanea al termine

Grado III
Sintomi: perdite mucose
Segni: prolasso da ridurre manualmente

Grado IV
Sintomi: dolore
Segni: prolasso irriducibile

In questo caso si ricorre alla tecnica aperta di Milligan-Morgan, che consiste nell’estrarre il più possibile e asportare i gavoccioli. Pur essendo una metodica sempre valida e di rapida esecuzione, essa presenta alcuni inconvenienti: prima fra tutti il protrarsi della convalescenza (quattro settimane o più), in quanto le ferite non vengono suturate. Questo comporta, di conseguenza, un’abbondante secrezione dalle lesioni aperte, con la necessità di astensione dalle normali attività di circa un mese e, soprattutto, qualche sofferenza nel periodo post-operatorio.

L’asportazione non sempre radicale dei gavoccioli, inoltre, implica una percentuale di recidive non trascurabile (tra il 15 e il 20%).

Una nuova tecnica dagli U.S.A.

Tuttavia, i progressi compiuti nel campo della chirurgia mini-invasiva hanno portato allo sviluppo della cosiddetta “tecnica chiusa” di Nivatvongs, che consente la rimozione radicale dell’emorroide con un ricovero minimo o in regime di day-hospital. Praticata anche in Italia all’interno di cliniche o strutture sanitarie private, essa è stata messa a punto presso la prestigiosa Mayo Clinic di Rochester, negli Stati Uniti.

L’intervento prevede un’anestesia locale, praticata per mezzo di un anoscopio che, dopo aver posto la parte superiore dell’ano (meno sensibile) anestetizzata alla zona. Tale accorgimento minimizza il fastidio provocato al paziente dalle iniezioni nella zona anale. I gavoccioli, ovvero le protuberanze emorroidali, vengono poi asportati più facilmente grazie all’uso di particolari divaricatori che consentono di raggiungere la parte “radice” dell’emorroide.

La completa rimozione, tra l’altro, rende il rischio di “ricaduta” considerevolmente inferiore (in tutto, 11-12%) rispetto agli interventi tradizionali. Per scongiurare poi i disagi (dolore e perdita di secrezioni) e facilitare la cicatrizzazione (che avviene nel giro di circa due settimane), le ferite vengono suturate con punti riassorbibili.

Le buone abitudini

Dietro l’insorgenza delle emorroidi è utile ricordare alcuni comportamenti corretti:

  • evitare cibi irritanti, come spezie, cioccolato, salumi insaccati, caffè e alcolici (soprattutto vino bianco e birra);
  • bere almeno un litro e mezzo di acqua al giorno;
  • consumare cibi ricchi di scorie (per esempio, frutta e verdura fresche);
  • assumere mucillagini per ammorbidire le feci;
  • regolarizzare la funzione intestinale in caso di stitichezza, uno dei fattori scatenanti nella comparsa delle emorroidi.

L’intervento è poi di breve durata: una volta sottoposto agli indispensabili controlli preoperatori, il paziente può essere operato la mattina stessa e dimesso la sera o il mattino successivo. La maggior parte dei pazienti è in grado di riprendere le normali attività già dopo una decina di giorni.

Igiene e stile di vita

È importante preferire saponi privi di profumazione e dall’azione disinfettante. Sono invece da evitare indumenti sintetici, soprattutto quando la temperatura si alza. Ostacolare la traspirazione cutanea favorisce infatti il ristagno di sudore e la proliferazione di batteri.

Lo sport e la pratica di attività fisica possono giovare anche in questo caso: la tonicità e la funzionalità delle fasce muscolari contribuiscono infatti a facilitare la defecazione e il sostegno dei gavoccioli emorroidali.

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